Come Eravamo

Storia della parrocchia di San Paolo, dalle origini agli anni ’80


Le Origini 

Nel 1949 la Parrocchia di San Benedetto abbracciava un vastissimo territorio che partiva dalla Piazza Repubblica ed arrivava: ad est sino alle porte di Pirri e ad ovest sin quasi alle porte di Quartu Sant’Elena. La Via Dante aveva termine nella Piazza San Benedetto. Da questa piazza, che non meritava certo tale appellativo in quanto era uno slargo polveroso e fangoso dove aveva termine anche la Via Paoli con alcuni palazzi ancora in fase di ultimazione, partiva un’estesissima zona, che come si è detto arrivava sino alle porte di Pirri e Quartu, costituita da case di campagna, palazzi di edilizia popolare in fase di costruzione e tanti campi. Era questa la periferia più lontana dal centro di Cagliari. Infatti per percorrere a piedi il tratto di strada dalla attuale Piazza Giovanni XXIII alla piazza Garibaldi si impiegava circa mezz’ora. La parrocchia di San Benedetto aveva quindi, sia la giurisdizione della zona già urbanizzata (da Piazza Repubblica a Piazza San Benedetto), sia di quella più periferica in via di espansione. E’ ovvio quindi che alla domenica numerose famiglie per partecipare alla messa dovevano percorrere anche qualche chilometro per raggiungere la chiesetta di San Benedetto che ancora oggi si trova nell’omonima via.

 

La prima Messa nel nuovo quartiere

Nel 1950 viene ultimata l’Opera Religiosa delle Suore della Sacra Famiglia, che diventerà poi l’asilo del quartiere, proprio al centro di questo vasto territorio che ancora oggi si trova in Via Raffaello e che allora aveva come indirizzo: “case sparse Zona S. Benedetto prolungamento Via Dante”.  

Il futuro asilo era fornito di un ampio salone e a tal proposito Antonio Puddu, che ancora collabora attivamente nella nostra Opera Salesiana, prese l’iniziativa di utilizzarlo la domenica affinché si celebrasse la Santa Messa agevolando, in questo modo quei molti fedeli che abitavano ben distanti dalla chiesa. Ne parlò con la Madre Superiora, suor Consolata oggi novantenne, che fu concorde e dopo aver avuto l’autorizzazione dal suo Superiore Monsignor Orrù, gli propose di fare la richiesta al parroco Monsignor Sirigu, chiamato dai parrocchiani Dottor Sirigu in ossequio, oltreché alla sua laurea, alla sua profonda cultura. Dal colloquio Antonio Puddu ebbe risposta positiva e dottor Sirigu assicurò la messa domenicale che verrà celebrata dal suo collaboratore Don Portigliotti, un giovanissimo sacerdote che fu il primo in assoluto del quartiere. Assicurata la messa domenicale Antonio Puddu e le suore si preoccuparono subito che alla stessa partecipassero soprattutto i giovani ed i ragazzi che inizialmente non fu facile convincere. A tal proposito organizzarono attività ricreative alternate a momenti di formazione cristiana e la presenza della gioventù alla funzione religiosa si fece sempre più numerosa. Erano in molti, infatti, coloro che se la squagliavano poco dopo esserci andati ma l’esempio dei loro compagni, soprattutto dei più “allegronis”, li convinse e dopo non molto tempo la loro partecipazione fu quasi totale.

 

I costumi del quartiere

Il rione oltre al salone dell’asilo non disponeva di nessun altro servizio sociale. Non esistevano strade, l’illuminazione era scarsissima, non vi erano scuole ne mezzi pubblici. Gli abitanti erano in maggioranza operai, pescatori, artigiani, impiegati e molti erano i disoccupati. Era quindi, un quartiere prettamente popolare. E come in tutti i. rioni così popolari si rispettavano le tradizioni, anche culinarie. Nel periodo di carnevale, infatti, tutte le strade profumavano di zeppole e frittura. A fine estate moltissime famiglie accendevano i bracieri nei propri balconi per arrostirvi “sa lissa” ed in primavera “su giarrettu”. E che suggestiva la notte di Natale quando l’aria fredda profumava di agnello arrosto e legna bruciata. A giugno i giovani per la festa di San Giovanni accendevano dei grandissimi falò (“is fogaronis”) per eseguire il tradizionale salto dei fuochi che, in caso di riuscita, consentiva loro di far coppia con la ragazza prescelta per tutta la durata della festa anche se spesso, questo avveniva sotto lo sguardo non particolarmente consenziente (siamo negli anni cinquanta…!) dei genitori. Inoltre tutte le notti estive erano caratterizzate da spassosissimi giochi di gruppo organizzati dai giovani, ed i genitori affacciati ai balconi delle proprie case univano il piacere del refrigerio notturno allo spettacolo dell’allegria dei propri figli. Cito con piacere i giochi cosiddetti dei “is allegronis”, in fondo popolari e divertenti per tutti. Fra questi prontus is cuaddus prontus, luna monda, zacca e poni, zacca-zacca su piscioneddu.

 

Le prime associazioni

Dal 1951 le persone che si occupavano dei ragazzi e delle famiglie bisognose aumentarono. E così si formarono le prime associazioni cattoliche. A Don Fortigliotti si sostituì Don Pisano che insieme a Suor Raffaelangela ed alla signora Brunetti si occuperà del Catechismo. In particolare Suor Raffaelangela seguirà per molti anni le ragazze e le giovani e la signora Brunetti si occuperà dell’organizzazione del Catechismo parrocchiale sino agli anni ottanta. Ad Antonio Puddu si affiancherà Emanuele Muscas ed altre signore si occuperanno delle famiglie più bisognose le quali diventeranno in seguito le Dame di Carità. Fra queste ricordiamo la Signora Tului che continuerà ad operare sino agli anni settanta, la Signora Oppo anch’essa attivissima anche in seguito con i Salesiani ed ancora oggi nostra parrocchiana, la Signora Zilio che continua ancora oggi la sua attività nella nostra opera e la Signora Puddu.

 

La prima vera grande festa

Grazie all’opera di queste persone ed all’assenso di Dottor Sirigu e del Superiore delle Religiose della Sacra Famiglia, nel 1951 circa duecento. fra ragazzi e ragazze del quartiere ricevettero la Prima Comunione e la Cresima, cerimonia che ebbe luogo nel giardino dell’asilo. Fu una grande soddisfazione per tutti coloro che organizzarono questo evento e fu una grande soddisfazione per tutto il rione. Alla buona riuscita collaborarono tutti, chi più, chi meno, ed i preparativi incominciarono qualche settimana prima. Si cercò di rendere anche più bello quel quartiere dimenticato illuminandolo, per l’occasione, a spese delle famiglie e si addobbò con uno scintillio di luci la facciata dell’asilo. Ed ecco il giorno tanto atteso. E’ il 13 giugno 1951. L’Arcivescovo di Cagliari Monsignor Paolo Botto arriva accompagnato dal popolarissimo Don Marcellino, suo segretario. La sua automobile percorre gran parte di quella periferia abbandonata prima di giungere, impolveratissima a causa delle strade, a destinazione. Gli vanno incontro tanti ragazzi che circondano l’auto e lo accompagnano festanti, tra urla di gioia e applausi sino all’ingresso dell’asilo. Il vescovo attraversando quel nuovo quartiere si rese conto, forse per la prima volta, dello stato di abbandono di quella parte di Cagliari e percorrendo quelle strade sgangherate poté constatare anche le condizioni di vita di quelle numerose famiglie. E molto si commosse quando vide che quel luogo, preparato per quella cerimonia, sembrava appartenere ad un altro mondo: un giardino pulito, tutto fiorito e addobbato nei minimi particolari. Lo riconobbe nell’omelia quando asserì: “Malgrado i tanti problemi che affliggono il vostro quartiere avete faticato tanto per rendere tutto bello in questo santo giorno. Bravi! Avete bisogno di tanto aiuto ed io vi aiuterò. E’ un impegno e non una promessa.” Queste parole, pronunciate da Monsignor Botto, per molti significarono un impegno alla costituzione della parrocchia in aiuto al quartiere; infatti da qualche tempo si iniziava a discuterne. Quella brava gente lo obbligò a pensarci seriamente per la prima volta!

La Crescita

Cresce il quartiere, aumentano le associazioni

Il numero degli abitanti del quartiere crebbe man mano che si ultimarono le nuove costruzioni, di conseguenza aumentò il numero dei giovani che frequentavano le associazioni che svolgevano la propria attività all’interno dell’asilo della Sacra Famiglia. Ed infatti oltre alle attività di carattere religioso se ne formarono tante di carattere educativo e ricreativo: come quella del canto, della recitazione, della musica e dello sport. Dal 1952 si incrementò anche il numero degli animatori delle varie associazioni, fra questi ricordiamo Suor Cellina la superiora che sostituì Suor Consolata, la signorina Anita Manca e la signora Planta che ancora oggi operano in modo esemplare nella nostra comunità, la signora Sanna in seguito attivissima cooperatrice salesiana, la famiglia Addis, la famiglia Onnis, la famiglia Chiarolini, le sorelle Aresti. Contribuì in modo determinante alla crescita della comunità dal 1952 al 1954 Don Nurra, inviato dal vescovo proprio per questo scopo, al quale si affiancherà Don Tiddia oggi vescovo di Oristano, ed insieme i due sacerdoti, fecero si che quella comunità si sentisse come una parrocchia anche se di fatto non lo era. Il 1954 fu un anno di crisi per le associazioni. Don Nurra dovette abbandonare il suo lavoro perché nominato parroco ad Elmas ed anche Don Tiddia dovette ritirarsi perché sempre più impegnato all’interno della direzione diocesana. Il vuoto lasciato dai due sacerdoti fu scoraggiante e così le relazioni con la parrocchia furono distaccate e soprattutto furono infrequenti i rapporti con i responsabili della Diocesi. Suor Cellina in quel momento fu determinante perché si prodigò ad incoraggiare tutti gli animatori dei vari gruppi affinché continuassero il loro lavoro per il meglio. Da questo momento la presenza del sacerdote si ebbe solamente alla domenica per la messa che veniva celebrata dal parroco o dal vice parroco di San Benedetto.

 

I giovani

Centinaia di giovani popolavano il quartiere e la maggior parte di essi provenivano da famiglie numerose. Abitavano in un quartiere di periferia povero e ciò avrebbe potuto far di essi degli emarginati, invece furono il fiore all’occhiello di tutto il rione. Si dedicavano infatti con impegno nello studio, nell’accrescimento della fede ed erano inoltre degli ottimi atleti. Erano ragazzi sempre pronti allo scherzo, anche a scuola, ma sapevano distinguersi sempre da tutti gli altri. Era raro negli anni cinquanta che un quartiere così popolare producesse tanti ragazzi interessati allo studio, molti di essi diverranno i dirigenti della futura opera salesiana, tanti si laurereranno ed oggi occupano posti di rilievo nella società. Formarono un allegra banda appassionata. in particolare di calcio, attorno alla quale i loro animatori, Puddu con Pistis e Romagnino, formarono una vera e propria associazione sportiva, la Pro Dante. La squadra della Pro Dante, in assoluto la prima associazione sportiva del quartiere, era famosa per essere composta da validissimi calciatori ma anche da bravi “arrogaroris”, infatti in molte gare la loro aggressività… era un po’ eccessiva. I ragazzi della Pro Dante e quelli che frequentavano le altre associazioni erano davvero eccezionali, sia perché, come si è detto, erano bravi atleti sia perché erano seri e soprattutto studiosi. Meriterebbero tutti una citazione in queste. pagine ma la memoria purtroppo, rammenta solamente i seguenti: Angelo e Costante Onnis oggi docenti rispettivamente di greco e lingue straniere nei licei cagliaritani; Enzo Usai, eminente docente universitario, famoso urologo e suo fratello Fabrizio; Pier Gavino Meloni, direttore dell’Ufficio del Registro; Riccardo Sanna, giornalista, e suo fratello Giovannino; Luisello Puddu, medico; Giorgio Manca, chirurgo; Giuliano Lupo, direttore di Banca; Vincenzo Falqui, urologo; Tommaso Sanna, fra i responsabili del Centro Elaborazione Dati del C.I.S.; Ennio Pinna, primario di radio terapia, e suo fratello Eligio, avvocato; Salvatore Addis, farmacista; Giampaolo Podda, colonnelo pilota; Pino Cadelano, sacerdote missionario e docente di lingue; Pippo Lubelli, presidente della U.S.L. 21 e suo fratello Gege; Bruno Brunetti, docente di fisica; ed inoltre Stefano Casalloni, Nenne Fiori, Enrico Durzu, Augusto Ardau, Bruno Zara, Sergio Materazzo, Giorgio Medda, i fratelli Piras, i fratelli Serra, i fratelli Murru, i fratelli Todde, Piero Desogus, i fratelli Pinna, Memo Porcu, Pietro e Sandro Deiana, Enrico Lai, Gianni Steri, Marco Casu, Gino Arrais, Enzio Soleri.

 

L’arrivo dei Salesiani

Don Stefano Giua direttore dell’Istituto Salesiano di Cagliari incontrava settimanalmente, in occasione degli incontri di calcio, i dirigenti ed i ragazzi della Pro Dante i quali portarono a sua conoscenza la necessità della presenza continua, nel quartiere, di un sacerdote. Don Stefano desiderava profondamente lavorare a favore dei ragazzi di quel quartiere, oltreché per quelli del suo frequentatissimo Oratorio, perché come disse ai responsabili: “i Salesiani devono essere sempre presenti laddove la gioventù li chiama, essi hanno bisogno di noi, e noi abbiamo bisogno dei giovani”. Ma egli non si sentiva di intralciare il “lavoro” svolto dai sacerdoti della parrocchia a favore di quella comunità e quindi non attuò il suo desiderio. Solo intorno agli inizi del 1955 quando il parroco di San Benedetto, non potendo assicurare tutte le domeniche la sua presenza o quella del vice parroco per la celebrazione della messa, Don Giua propose la collaborazione dei salesiani. Il vescovo venne a conoscenza, non si sa come…, di quel desiderio e ne incoraggiò l’iniziativa. Così nel 1955 col consenso ufficiale del vescovo Monsignor Botto, i salesiani iniziarono ad operare (finalmente!) in quella comunità. Arrivarono insieme a Don Stefano, Don Fiori, Don Filippo Giua, Don Sechi, Don Massidda ed un giovane chierico Don Orlando Cruccas. L’arrivo dei figli di Don Bosco per il quartiere fu, da subito, di grande beneficio. Essi senza indugi non si limitarono alla solo celebrazione della messa, ma ciascuno di essi si occupò di dirigere una associazione sviluppandola sempre più. Si prodigarono ad accogliere tanti altri giovani del quartiere, soprattutto quelli più emarginati. I ragazzi con i salesiani ebbero un ottimo esempio di educatori ed animatori, oltreché un ottimo rapporto di amicizia.

 

I Salesiani nel ricordo dei ragazzi di allora

I ragazzi di allora li ricordano così: “Prima dell’arrivo dei salesiani il nostro rapporto col sacerdote era prettamente di carattere spirituale. Infatti i loro predecessori si occupavano in prevalenza del Catechismo e delle funzioni religiose. I salesiani invece si occuparono di noi in modo totale. Erano gli animatori di tutte le nostre attività, essi stessi ci organizzavano gli incontri di calcio, li arbitravano, giocavano con noi (era divertentissimo vederli correre con la tonaca da una parte all’altra del campo), si immedesimavano nei nostri problemi giovanili, ci aiutavano a risolverli, ci sembrava di stare fra coetanei. Nello stesso tempo però riuscivano, senza farcela pesare, a farci avere il massimo rispetto nei loro confronti. Era un piacere frequentare anche le funzioni religiose perché, della loro importanza, sapevano convincercene senza costrizioni. Don Fiori era per noi “Su Professori”, perché ogni qualvolta ci incontrava si informava sul nostro rendimento scolastico e con le domande che ci poneva capiva, immediatamente, quando eravamo impreparati in qualche materia soprattutto la matematica, la sua materia. Era sempre disposto ad aiutarci, a farci lezioni durante le quali, spesso, ci mollava dei bei ceffoni salutari quando la nostra attenzione non era concentrata su ciò che andava spiegando. Anche Don Sechi ci aiutava negli studi, soprattutto nel francese, la sua materia di insegnamento, e quanto doveva faticare per eliminare la nostra dizione “casteddaia” e farci assimilare quella d’oltralpe! Don Filippo Giua era da noi definito “S’arrogu ‘e pani” perché, a differenza degli altri sacerdoti, che erano anch’essi altrettanto buoni, egli era più paziente, più calmo e soprattutto anche quando la facevamo grossa non ci “accarezzava duramente”. Una volta preparammo uno stupido scherzo a due nostri amici, tendendo un filo di nylon all’ingresso dell’asilo. Non ci accorgemmo dell’arrivo di Don Filippo il quale varcando quella soglia fece una scivolata degna dei migliori film comici. Le nostre risate si sprecarono e fuggimmo temendo la sua ovvia reazione, ma egli si limitò ad urlarci: “Birbanti!”, la parola più pesante che gli sentimmo mai pronunciare. Don Orlando Cruccas, che allora era ancora chierico, fu colui che più degli altri si occupava di noi. Era sempre presente alle nostre partite, spesso anche agli allenamenti dandoci dei preziosi suggerimenti, ci portava sovente a fare delle bellissime passeggiate ed escursioni in posti lontani… a Monte Urpinu che allora per noi era “montagna”. Inoltre in estate ci radunava per condurci al mare, e quanto faticava per tenerci a bada! La domenica poi, ci accompagnava al cinema dell’Istituto salesiano ed anche li quante ne combinavamo. Durante il film a noi più “allegronis” ci prendevano regolarmente attacchi di bronchite e raffreddori acuti… e Don Tanda, da noi chiamato “Su Coreanu” per i suoi tratti da orientale, sapendo dove prendevamo posto, partiva in tromba per distribuirci delle “zugate” supersoniche, ma noi davvero perfidi, chiedevamo ai nostri amici “is soggettus” la cortesia di cambiare di posto e quelli poverini subivano regolarmente, nel buio della sala, le botte di “Su Coreanu”. Don Massidda infine fu colui che si occupò di riunire gli adulti gettando, con essi, le basi per la costituzione delle associazioni delle cooperatrici e dei cooperatori salesiani. A distanza di tanti anni riconosciamo che l’opera di quei salesiani fu, per la nostra formazione, determinante e non lesiniamo ringraziamenti.” 

1955

1955: Don Paolo Villasanta

In una fredda domenica del dicembre 1955 il giovane salesiano Don Paolo Villasanta celebrò la sua prima messa, per il quartiere, nella cappella dell’asilo di via Raffaello. In quell’occasione i suoi confratelli lo presentarono agli animatori come il responsabile della comunità. Don Villasanta attivò da subito il suo lavoro e convocò i suoi collaboratori laici per una riunione il giorno seguente. In quella occasione pretese che tutte le associazioni che si andavano formando fossero iscritte alla “Associazione Cattolica Nazionale” per dare, in questo modo, ufficialità alla comunità. Egli si occupava di tutto: dall’organizzazione delle funzioni liturgiche al catechismo, dalla schola cantorum alle attività sportive. 

Da subito migliorò l’organizzazione catechistica: divise i ragazzi in classi secondo la loro età ed assegnò a ciascuna un insegnante, creò in questo modo una. vera ed importante scuola di Catechesi. Don Villasanta era un uomo infaticabile. La sua figura severa ed al tempo stesso allegra e disponibile, conquistò i favori di tutti sia adulti che giovani. Ben presto il quartiere si riconobbe in lui, infatti era conosciuto come “la comunità di Don Villasanta”. Il successo che ebbe nel quartiere fu dovuto alla sua continua presenza fra la gente: con i giovani, con gli infermi, con i più bisognosi. Da uomo di profonda fede cristiana e grande cultura aveva degli ottimi rapporti con tutti sia con i più colti che con la gente comune, con la quale, da cagliaritano verace quale era, preferiva dialogare in dialetto. L’opera di Don Villasanta fu impareggiabile, con gli esigui mezzi di cui disponeva fece di quella comunità la parrocchia più attiva della città, la più importante ed egli diverrà la figura più rappresentativa della nostra opera salesiana. Continuerà a lavorare instancabilmente anche quando la malattia lo colpirà, impietosamente, sino a portarlo nel settembre 1987 ad una morte precoce. Anche nei giorni precedenti il suo ricovero in ospedale, Don Paolo fortemente provato dalla sofferenza, continuerà a lavorare con gran fatica a favore dei suoi parrocchiani. In queste pagine vogliamo ricordarlo, come speriamo egli avrebbe voluto, impegnato in tante iniziative che egli creò per il bene dei suoi ragazzi. 

 

1955: Posa della prima pietra della chiesa

Con l’arrivo di Don Villasanta, nel dicembre 1955, si diede inizio alla costruzione della chiesa e dell’annessa opera che i salesiani vollero dedicare a Maria Ausiliatrice. Fu proprio Don Villasanta con il direttore dell’Istituto salesiano di Cagliari e con la partecipazione di tutto il quartiere a Celebrare la cerimonia per la posa della prima pietra. Con quella cerimonia si realizzò la promessa fatta da Monsignor Botto alla gente del quartiere: la costituzione della parrocchia.

 

Don Villasanta: il sacerdote del quartiere

In quel suo primo anno di attività, il 1956, Don Paolo Villasanta andava personalmente a conoscere le famiglie del quartiere, si preoccupava che tutti i ragazzi frequentassero le sue associazioni e da ottimo salesiano si dedicava ad essi con mille iniziative. Nella estate di quell’anno i giovani delle associazioni erano un centinaio e la preoccupazione principale del sacerdote fu come tenerli occupati per tutto il giorno. Non bastavano per essi le poche stanze dell’asilo della Sacra Famiglia, né le interminabili partite di calcio ed organizzò in questo modo le loro giornate di vacanza. Per tutto il mese di luglio i ragazzi trascorsero le loro mattine, accompagnati dagli animatori della comunità, nella spiaggia del Poetto, Don Villasanta li raggiungeva talvolta, nei pochi momenti liberi da tanti impegni, con la sua scalcinatissima lambretta. A fine pomeriggio, dopo tanto svago, la pausa di riflessione religiosa che si svolgeva all’ombra dei tanti alberi che allora circondavano il nostro quartiere, ed infine a tarda sera “l’ora delle stelle”. Per questa ultima ora di divertimento, Don Paolo con i suoi ragazzi, si recava nei mandorleti o negli oliveti del quartiere ed attorno ad un grande falò trascorreva con essi ancora un’ora in allegria con musica e canti, scenette comiche recitate dai ragazzi e tanti giochi di gruppo. Alla conclusione dell’ora delle stelle il salesiano raccoglieva in preghiera per qualche minuto l’allegra compagnia dando a tutti la sua benedizione e la buona notte. Dopo una giornata così intensa e faticosa Don Villasanta poteva, finalmente, far rientro all’istituto di Viale Fra Ignazio per un meritatissimo riposo.

 

Il primo viaggio vacanza

Per il mese di agosto Don Villasanta, avendo avuto la disponibilità dell’Istituto di Lanusei, portò in vacanza i suoi ragazzi. Alle famiglie chiese solo il contributo per il trasferimento, con “sa Lettorina”, dimodochè chiunque avrebbe potuto prendervi parte. Il viaggio fu un grande successo, ed i ragazzi ebbero modo di trascorrere delle bellissime vacanze nelle spiagge di Arbatax, Tortolì e nelle montagne dell’Ogliastra. In quella vacanza,il sacerdote, alternò ai tanti momenti di svago, dei veri e propri momenti di formazione. I più grandi, egli, li preparò come animatori delle associazioni giovanili e, al rientro dalla vacanza, poté contare sulla loro preziosissima collaborazione nelle attività della comunità. Scopo principale di quella vacanza fu, per Don Villasanta, far maturare i suoi ragazzi: “Vivere insieme per un mese li aiuterà ad essere più maturi. Noi, disse ai suoi collaboratori, dobbiamo trovare il modo, in questo periodo, di aiutarli nella loro formazione religiosa e umana. Al nostro rientro voglio che siano più uomini e più cristiani.” Ancora oggi il nostro Oratorio continua ad organizzare i viaggi vacanza con quello stesso spirito. 

1957

1957: Don Antioco Deiala

Nel 1957 i superiori salesiani destinarono Don Antioco Deiala quale direttore della nascente Opera Salesiana Maria Ausiliatrice e della annessa parrocchia di San Paolo. La funzione di Don Deiala, in quel periodo, era quella di organizzare la parrocchia, mantenere e coordinare i lavori di costruzione dell’Opera ed essere il diretto interlocutore tra il Vescovo ed i superiori salesiani. Egli assolse in pieno a queste disposizioni e lasciò a Don Villasanta i compiti di cui sempre si era occupato: l’attività con i giovani, i rapporti con i parrocchiani e l’organizzazione liturgica. Conclusi i lavori del primo lotto dell’Opera che comprendevano: il grande salone che allora veniva utilizzato come chiesa in attesa della conclusione di quella in costruzione, alcune sale ancora in fase di ultimazione e la casa dei sacerdoti, Don Deiala venne trasferito e fu nominato direttore e parroco Don Giulio Reali.

 

1958: Don Giulio Reali

I superiori salesiani affidando a Don Giulio Reali la totale responsabilità della nuova parrocchia fecero la scelta migliore; egli era infatti un salesiano di grande e provata esperienza. Direttore dell’importante Oratorio di Cagliari durante la guerra, continuò comunque la sua attività nella città distrutta dai bombardamenti. Ospitò, in quei tristi anni all’interno dell’Oratorio di Viale Frà Ignazio, coloro che rimasero in città sotto la furia della guerra. Dette protezione inoltre ai molti perseguitati dall’esercito tedesco e dai fascisti, malgrado le tante difficoltà, continuò a far studiare i giovani all’interno dell’istituto. Nel dopoguerra rese l’Oratorio e l’Istituto di Cagliari fra i più frequentati ed importanti d’Italia. Dedito totalmente alla cura dei giovani organizzò importanti associazioni culturali e sportive all’interno del suo Oratorio, fra le quali il Gruppo Sportivo Aquila ancora oggi fra i più attivi in Sardegna. 

 

Don Giulio, il sacerdote dei giovani

Arrivato a San Paolo da parroco, Don Giulio come era suo costume, non volle avere presentazioni ufficiali né cerimonie di accoglienza. La domenica durante l’omelia della sua messa ai tanti parrocchiani presenti che non sapevano chi fosse disse loro: “Sono il Vostro parroco, ma soprattutto voglio essere un vostro fratello. Per i giovani voglio essere un amico; l’amico disponibile in qualsiasi momento, disposto ad aiutarli in tutto.” Le pur brevi parole del sacerdote fecero subito un buon effetto. Il primo giudizio nei suoi confronti fu: “che prete simpatico!” Ma coloro che hanno conosciuto Don Giulio sanno che non era solo simpatico. Ma quella dote, la simpatia, fu ed è ancora, malgrado la non più giovane età, la sua arma vincente con la gente e con i giovani in particolare. Negli anni in cui operò nella comunità salesiana di San Paolo, dal 1958 al 1972, Don Giulio promosse centinaia di iniziative a favore dei giovani. Sin dal suo arrivo mise a disposizione dei giovani la sua preziosa biblioteca e, con alcuni di essi, formò un interessante gruppo teatrale. Per l’occasione trasformò la vecchia chiesa (quell’ampio salone adiacente alla chiesa attuale e demolito pochi anni or sono per la costruzione delle aule catechistiche) in teatro. Egli stesso inizialmente preparò, da profondo conoscitore delle tecniche di recitazione e di regia, quel gruppo di studenti, fra i quali ricordiamo Antonello Spano, Angelo e Costante Onnis, Aldo Aledda. In seguito lasciò agli stessi giovani la conduzione della compagnia e uno di essi, Antonello Spano, ne divenne il regista sotto la direzione artistica dell’impareggiabile professor Matzeu. Per anni sulle tavole di quel palcoscenico gli abitanti del quartiere ed i parrocchiani assistettero a dei buoni spettacoli, e possiamo dire, senza peccare di immodestia, che il teatro di San Paolo offriva più prosa di quanta non ne offrissero i teatri “veri” della città. Avviato il gruppo culturale, Don Giulio si preoccupò di fondare un serio ed attivo gruppo sportivo. Forte dell’esperienza avuta con la fondazione dell’Aquila, dette vita al Gruppo Sportivo San Paolo, oggi ancora attivo con la denominazione di San Paolo Pallavolo. Trovò come dirigenti e animatori del gruppo i giovani Aldo Aledda, Domenico Mugoni e Cucchetto Falqui. Costoro, ed in particolare Aledda, ne fecero il sodalizio più importante e rappresentativo della pallavolo sarda. Oggi il gruppo è ancora attivo dopo 26 anni dalla sua fondazione, il primo aprile del 1962. Attorno a questi due gruppi ruotavano circa trecento giovani, per lo più tutti studenti. Ma le esigenze del momento e dei giovani di allora, siamo attorno al 1965, richiedevano ancora altri interessi. Fu così che Don Giulio per venire incontro ai desideri della gioventù fondò il G.U.D. (Gruppo Universitari e Diplomati). Con questa associazione il salesiano si proponeva di far frequentare la parrocchia a tutti gli studenti della città. E vi riuscì. Infatti il G.U.D. organizzava conferenze, dibattiti, inoltre diede vita al Cineforum, il primo cinema “impegnato” di Cagliari e mise a disposizione una fornitissima biblioteca. Con queste iniziative Don Reali ed il Gruppo universitario arrivarono ad avere più di cento tesserati, ed altrettanti erano i frequentatori ed i simpatizzanti. Fin qui abbiamo ricordato l’impegno a carattere sociale di Don Reali, ma molti si chiederanno in che modo egli avvicinasse i giovani alla fede. La risposta la troviamo nelle parole di Don Giulio: “Il giovane, proprio in quanto tale, si pone tante domande, ha voglia di conoscere. Noi rispondiamo alle sue esigenze con molteplici iniziative ma anche noi gli poniamo delle domande: la sua conoscenza di Dio, della fede. Non ho mai obbligato nessuno a frequentare una funzione religiosa o ad accostarsi ai Sacramenti, ho sempre fatto opera di insegnamento, di ricerca di Dio assieme al giovane, ho sempre preteso che ne fosse pienamente convinto, ed in questo modo ho sempre ottenuto il risultato ricercato: un uomo onesto con se stesso e con gli altri e un buon cristiano.” Questo suo modo di fare con i giovani veniva contestato da molti parrocchiani e anche da qualche sacerdote. Una volta mi capitò di essere testimone nel momento in cui un parrocchiano si rivolse a Don Giulio, contestandogli il fatto che molti giovani frequentavano le sue associazioni e non altrettanto le sue messe; egli “simpaticamente” gli rispose: “Caro fratello prega sempre affinché continuino a frequentare almeno la parrocchia piuttosto che ambienti ed amicizie peggiori”. Un altro fatto non condiviso da molti era che le associazioni di Don Reali erano formate da ragazzi e ragazze, fatto in quei tempi non usuale nei gruppi cattolici. Ecco ancora la risposta del contestato: “Il Signore, credo di ricordare ha creato anche la donna… e l’uomo da quando esiste l’ha sempre frequentata. Perché devo costringere un giovane gia maturo e magari gia uomo a non frequentare le associazioni perché ha la sua fidanzatina, quando insieme a lei può crescere, maturare e anche divertirsi all’interno della nostra comunità e del nostro oratorio? Non ricercate nelle cose normali il male, ma se ci fosse ditemelo perché sono qui per il bene! Siate allegri e tranquilli perché i vostri ragazzi sono davvero dei bravi figli.”

 

Il Cenacolo

Come momento di fede per i giovani Don Giulio promosse il “Cenacolo”. Era una funzione religiosa che aveva luogo ogni martedì intorno alle 20. In risposta a quelle contestazioni rivolte a Don Giulio sopra citate, possiamo testimoniare che tutti i martedì nell’ora del Cenacolo la chiesa era piena di giovani che in gran numero si accostavano all’Eucaristia tanto che, per distribuirla, erano necessari due sacerdoti. 

 

La messa del giovane

Fra i tanti gruppi, vi era anche il gruppo musicale. Una buona orchestra di musica leggera con strumentazione invidiabile. Intorno alla fine degli anni sessanta i giovani esigevano una messa tutta loro, con canti e strumenti musicali ad essi più “congeniali”… Erano i tempi della “messa beat”… li ricordate? Anche in questo don Giulio fu il precursore. Chiese ma non ottenne il consenso dei suoi confratelli ad utilizzare i moderni strumenti musicali durante la messa del giovane. Allora aggirò l’ostacolo trasferendo la messa per i giovani nella cappella dell’asilo della Sacra Famiglia. Dopo alcuni mesi la piccola cappella non era più sufficiente a contenere i tanti partecipanti (si parla di centinaia) e dunque, per concessione dell’Istituto Infanzia Lieta, si celebrò la messa nella chiesa del medesimo istituto, notevolmente più capace, sino al 1972. Da quell’anno la messa del giovane venne celebrata alle nove nella chiesa parrocchiale e per diversi anni dall’indimenticabile don Atzeni. 

 

Gli anni 60

Gli anni sessanta

Negli anni sessanta la nostra parrocchia fu la più popolosa e più attiva della città. In quegli anni la comunità poteva disporre di cinque sacerdoti: di Don Reali e di Don Villasanta impegnati soprattutto nelle associazioni giovanili, di Don Ruggeri (vice parroco) e di Don Atzeni responsabili rispettivamente dell’associazione delle donne e di quella degli uomini di azione cattolica, infine di Don Piras. In aiuto a questi salesiani si univa ogni fine settimana, e comunque all’occorrenza, Don Sechi dell’Istituto di viale fra’ Ignazio. Come vedremo questo buon numero di sacerdoti non soddisferà soprattutto le esigenze dei giovani e diverrà necessario disporre di un altro salesiano che si dedichi esclusivamente ai loro problemi.

 

Le feste

Le ricorrenze liturgiche nei primi anni di vita della parrocchia diventavano autentiche feste di quartiere. Alle diverse solennità vi partecipava un grande numero di fedeli e spesso la chiesa non riusciva a contenerne così tanti. Ricordiamo, fra le varie solennità liturgiche, la numerosa partecipazione dei fedeli per la celebrazione dei riti della Settimana Santa e per la processione della Domenica delle Palme, che partiva dall’asilo di via Raffaello e percorreva le vie del quartiere per concludersi in parrocchia. La festa di Maria Ausiliatrice, per la quale, durante tutto il mese di maggio, le signore della Azione Cattolica preparavano i parrocchiani portando nelle case un piccolo simulacro della Madonna e si raccoglievano in preghiera con le famiglie attorno alla statua di Maria. Quante richieste da parte dei parrocchiani per avere la “Madonnina” nella propria casa! Ricordiamo, con commozione, la partecipazione di tantissimi giovani alla processione di Maria Ausiliatrice: gli universitari in preghiera con i loro caratteristici variopinti cappelli, i calciatori ed i pallavolisti con le loro divise e rammentiamo con tanta nostalgia Don Viliasanta che, all’arrivo del simulacro sul sagrato della chiesa, esultava: “Evviva la Madonna! Salutiamo la Madonna sventolando i fazzoletti. Evviva la Madonna! 

 

Cose di altri tempi

Ricordiamo brevemente, consci di essere dei nostalgici, come a quei tempi bastava poco per impegnare e divertire la gioventù. Nelle domeniche estive, dal 1960 al 1968, si faceva il cinema all’aperto nel cortile della parrocchia. Era l’unico modo di godersi le serate estive per gli abitanti del quartiere visto che ancora non esisteva neppure la piazza. Il cinema denominato “Arena Dante” era l’unico nel suo genere, con il Cine Giardino, di tutta la città. Spesso si doveva interrompere la proiezione per il baccano prodotto dai ragazzi e per qualche gavettone di troppo, ma anche queste cose facevano parte del divertimento. Il carnevale di Don Villasanta poi era un appuntamento da non perdere. I ragazzi sfilavano per le strade del quartiere al ritmo della classica ratantira cagliaritana intonata dallo stesso Don Villasanta: “pisci ‘e re, sparedda e mummongioni, cambara e maccioni”. Era un carnevale divertente, seppur povero, fatto di costumi preparati dagli stessi ragazzi. Per mascherarsi da marziano, ad esempio, era sufficiente dipingersi il viso di verde, indossare un vecchio straccio e mettersi un cola pasta di alluminio in testa. I carri allegorici erano due: un grande disco volante, montato sulla leggendaria 1100 Familiare del signor Emilio Cadeddu, con all’interno i “marzianì” e l’atro quello di Cancioffali. trainato da un asino. Alla conclusione zeppole per tutti.

 

I ragazzi delle nostre associazioni. negli anni 60

La nostra memoria ne ricorda fra i tantissirni solo alcuni purtroppo: Angelo Corda, Giuliano Angotzi, i Pianta, i Cadeddu, i Silanos, i Cadelano, Antonio Carboni Domenico Mugonì, Dani Salimbeni, i Brunetti, i Marinelli, Nuccio Marras, Sergio Sassu, Giorgio Angius, Gianfranco Meloni ,Mario Scarlatta, Franco Farris, Cotogno, Deiana, Gianfranco Lai, i Puddu, Umberto Lantini, i fratelli Congiu, i Serra, i Sideri, Gianni Cadeddu, Gonario Ziccheddu, Andrea D’aquilo, Maurizio e Daniela Onorato, Lalla Vidini, Luciana e Francesco Zilio, Sesa e Maria Grazia Sanna, Lucia Nuvoli, Doretta Piantanida, Vanni Olanda, Carlo e Sandro Russo. Di seguito invece elenchiamo a) cittadini personaggi e soprannomi che potranno suscitare nel lettore degli allegri” ricordi: Minestrone, Pingiaredda, Dirixeddu, Orighedda, Oregon, Grondaia, Scheletro Twist, Cacciavite, Francesco (il muto), Miss Italia, Sciuscen, Fompone, Buddusò, Veneranda, Olivia, Nandino su sballarori, Ghegheddu, Pegheghè, Barzelietta, Tito, Bartolomeo (il trombettiere venditore di scope) Cirano, su Dazieri, Cartella, Compasso, Pastasciutta, Grilletti, Bellanger, Banana, Fagiolo, Formaggino, Suino, Bovino ed Equino.

 

Tempi moderni

Sul finire degli anni sessanta il quartiere si era trasformato da borgata di periferia in rione del centro della Cagliari moderna. I giovani della parrocchia si moltiplicarono non solo per la crescita demografica ma anche perché, a frequentare le associazioni, ve ne erano tanti di altri quartieri attirati dalle molteplici iniziative dei salesiani. I pochi spazi a disposizione non potevano soddisfare le esigenze di un così gran numero di ragazzi. Si poteva disporre solamente di tre piccole sale, di un cortile dove si praticava lo sport e tutto cio’che poteva nascere dalla fantasia e di una fangosa sottospecie di campo di calcio (peraltro non regolamentare) che sorgeva sul retro della chiesa. Don Giulio Reali, comprese in anticipo che i tempi andavano cambiando e che di conseguenza bisognava adeguarsi per poter dare delle risposte concrete alle nuove esigenze dei “giovani moderni”. Si faceva così sempre più necessaria la realizzazione del suo grande progetto: l’Oratorio. Nel 1967, per motivi descritti, Don Giulio prese in affitto un locale in via Castiglione per il gruppo degli universitari e diplomati, ed alla fine dello stesso anno si iniziarono i lavori per la costruzione del primo lotto dell’Oratorio per la conclusione dei quali occorsero quasi tre anni a causa di tanti problemi di ordine finanziario e burocratico. In quegli anni 1967-1970, si fece indispensabile la presenza di un altro salesiano da impegnare esclusivamente ai tantissimi problemi della gioventù. Alle incessanti richieste di Giulio, i superiori salesiani riposero destinando a tale importante incarico Don Riccardo Macchioni. 

Un giovane tra i giovani

Don Riccardo Macchioni: un giovane fra i giovani

La sera del sette settembre 1970 giunge a San Paolo Don Riccardo Macchioni. Celebra la messa vespertina al termine della quale con Don Giulio Reali incontra alcuni giovani. Sono i ragazzi della pallavolo impegnati nel cortile interno della parrocchia in uno dei tanti allenamenti. Don Giulio li interrompe: “Venite qua, vi presento Don Riccardo. Il giovane Don Riccardo che si dedicherà a voi ed a tutti i ragazzi della parrocchia e del nascente Oratorio. Oramai il vostro povero Don Reali invecchia ed è giusto che un giovane si occupi di voi, vi capite meglio.” Con questo breve discorso di presentazione si iniziava all’interno della nostra opera una nuova “epoca”, i giovani dopo tanti anni avrebbero avuto un sacerdote tutto per loro.

 

Le difficoltà per l’apertura dell’Oratorio

All’arrivo di Don Riccardo si davano gli ultimi ritocchi all’edificio dell’Oratorio. Ma se, oramai, la costruzione poteva dirsi terminata non altrettanto poteva dirsi per ciò che riguardava l’arredamento ed i giochi per i ragazzi. Non si disponeva di nulla. Don Giulio con la sua grande esperienza riniziò a “batter cassa” con tutti. Don Riccardo intanto riunì alcuni ragazzi e li invitò ad impegnarsi a racimolare offerte, mobili usati e tutto ciò che potesse servire affinché l’Oratorio potesse essere aperto quanto prima. Con essi, Geppo Cadeddu, Maurizio Carta, Maurizio Melis (Paciugo) ed il sottoscritto, fondò il primo gruppo oratoriano. Per anni questi ragazzi furono i suoi “aiutanti di campo” come egli li definiva. Nel giro di poco più di un mese, la Provvidenza premiò l’impegno ed i sacrifici di tutti: arrivarono offerte in denaro, molti regalarono giochi per l’Oratorio, attrezzature, tanto che l’otto dicembre di quell’anno Don Riccardo poté celebrare la cerimonia del primo tesseramento dell’Oratorio: “Cari ragazzi, abbiamo raggiunto il nostro primo obiettivo. La prossima settimana e comunque prima di Natale si apriranno le porte dell’Oratorio”. Ed infatti il 22 dicembre i ragazzi poterono trascorrere la loro prima serata all’Oratorio. Che emozione! e che soddisfazione! Ricordiamo in quel giorno la felicità di Don Riccardo come in poche altre occasioni. Bei ricordi…

 

Don Riccardo, come lo ricordiamo

Abbiamo conosciuto pochi altri sacerdoti come Don Riccardo. Aveva un modo confidenziale ed amichevole con tutti; sempre allegro, pronto a scherzare ed a sdrammatizzare, aperto al dialogo e sempre disponibile. I giovani lo vedevano come un fratello maggiore, quello che noi tutti vorremmo avere, a cui chiedere consigli, con cui sfogarci e farci aiutare. Era una consuetudine incontrare Don Riccardo e vederlo discutere per ore ed ore con un ragazzo, a volte anche per un giorno intero. Da giovane, quale era, partecipava in prima persona ad interminabili partite di calcio, pallavolo, basket in cui, a modo suo, voleva sempre vincere, scanzonando gli avversari e creando un divertimento nel divertimento. I primi anni di Oratorio furono per lui difficili e faticosi; un migliaio di ragazzi da seguire, da educare e da divertire, era un lavoro duro. A questo si aggiungeva l’impegno con la scuola che lo teneva lontano dal suo Oratorio per qualche sera alla settimana. Per fortuna poté avvalersi in quei primi due anni della preziosa collaborazione di Don Giulio, che lo sostituiva in sua assenza e che comunque appena poteva liberarsi dagli impegni con la parrocchia andava all’Oratorio per seguire i ragazzi. A tal proposito ricordiamo una frase significativa di Don Giulio Reali tanto cara a Don Riccardo. “Se quotidianamente, almeno per alcune ore, non sto con i giovani non mi sento salesiano” . Fu un binomio eccezionale quello fra i due sacerdoti: il giovane, pieno di nuove idee ed iniziative, e l’anziano, saggio ed esperto consigliere.

 

I gruppi associativi del nuovo Oratorio

Oltre ai gruppi già operanti in parrocchia e poi trasferitisi nell’Oratorio, Don Riccardo ne creò ancora tanti, ricordiamo i primi. Dopo aver costituito, appena, arrivato il gruppo degli “aiutanti di campo” che preparava come animatori e dirigenti all’interno dell’Oratorio, fondò il gruppo denominato “Piranas” che si occupava in origine in prevalenza di beneficenza per le missioni. Nel 1971 rifondò la Pro Dante calcio che ancora oggi è attiva con centinaia di tesserati. Diede vita, inoltre, ad un gruppo di genitori che lo aiutarono nelle molteplici iniziative in favore dei giovani e che per anni durante l’estate organizzarono, sotto la guida del compianto Nello Puddu, importanti tornei notturni di calcio a cui partecipavano decine di squadre ed era seguito da centinaia di spettatori. Migliorò la qualità del gruppo musicale, già preesistente, che divenne un eccellente complesso vocale strumentale che oltre a suonare durante la messa del giovane teneva concerti in tutta la Sardegna. Un’altra sua importante creatura fu la San Paolo Basket. Una prestigiosa “società” di pallacanestro che ancora oggi partecipa al campionato nazionale di serie C e che proprio quest’anno festeggia i quindici anni di attività con duecentocinquanta tesserati. Alle origini di questo sodalizio ricordiamo il giovanissimo Gabriele Cerulla, allenatore e factotum, impegnato a promuovere decine di iniziative per formare la sua “prima squadra”. Difficoltà di ogni genere il buon Gabriele dovette superare per realizzare il suo “sogno”. Don Riccardo non gli fece mancare la sua collaborazione ed il suo aiuto ed oggi Gabriele può vantarsi di aver creato “una società con i fiocchi” ma soprattutto un bel gruppo di bravi ragazzi e di buoni cristiani. A queste prime associazioni se ne aggiunsero tante altre, fra queste merita di essere ricordato il “Gruppo Xsto”, un foltissimo gruppo di giovani che come scopo associativo si prefiggeva di vivere rigorosamente secondo gli insegnamenti di Cristo. Un gruppo eccezionale! Diretto da Antonello e Bonarina Cadeddu, il gruppo si riuniva più volte alla settimana per lo studio e l’approfondimento del Vangelo. Delle varie iniziative del Gruppo Xsto ricordiamo gli spettacoli, l’eccellente “Recital” di canzoni, poesie e coreografie che ebbe un largo successo ed una notevole partecipazione di pubblico nelle varie rappresentazioni. Di questo gruppo ricordiamo, oltre ai già citati Antonello e Bonarina Cadeddu, Mario Cossu, Geppo Cadeddu, Silvano e Teseo Pisu, Gabriella e Viviana Matzeu, Patrizia Carbone, Claretta Medas, Lilly Pintor, Nuccio Marras, Alberto Cossu, Giulio Fadda, Michele Sotgiu, Massimo Bayre, Aurora Cossu, Paola Manca, Massimo Marangiu, Oriana Cossu, Enrico Vacca, Giulio e Franca Pani, Anna Flore, Luciana e Sandro Manca, Giuseppe Graziano, Efisio Floris, Annalisa Sailis, Graziano Cirina, Sabino Pinto, Billy Manconi, Rosalba Ruyu, Gianni Muresu, Franco Casu, Paolo Puddu, Lorena Pilloni. Tre di questi ragazzi: Antonello Cadeddu, Graziano Cirina ed Enrico Vacca sono oggi sacerdoti missionari in Sud America, in compagnia di Bonarina Cadeddu e Claretta Medas, missionarie religiose.

 

1972: Don Reali viene trasferito

Nell’aprile del 1972 Don Giulio, durante una gita sul Monte Limbara in compagnia dei suoi confratelli, subisce un incidente che lo costringerà ad una lunga convalescenza. In occasione della Messa del giovane, che egli celebrava ogni domenica nella chiesetta dell’Infanzia Lieta Don Riccardo informava i giovani sullo stato di salute del parroco. Tutti erano profondamente dispiaciuti per la salute del caro Don Reali e ne sentivano profondamente la mancanza. Egli fu assente dalla parrocchia per diversi mesi. A settembre si organizzò la prima Olimpiade Oratoriana, a cui parteciparono circa quattrocento piccoli atleti nelle varie discipline. L’organizzatore fu Paolo Puddu che si avvalse della collaborazione di Ignazio Cambarau, Mario Cherchi, Giampiero Meloni e dei signori Efisio Palmas ed Aldo Congiu. Si iniziò con la solenne cerimonia di apertura, in notturna caratterizzata dall’accensione del fuoco olimpico, dell’alza bandiera e della sfilata di tutti gli atleti e si concluse dopo due settimane con le premiazioni nel teatro della parrocchia. In quella occasione, nella cerimonia delle premiazioni, Don Giulio nel suo discorso comunicò: “Cari ragazzi, cari genitori, e con grande commozione che vi comunico che il vostro Don Reali si dovrà trasferire. Dovrò lasciare l’incarico di parroco dopo quasi quindici anni. Lascio qui, nell’opera di San Paolo i miei ricordi più belli. Ora vado a fare il “pensionato”. Le parole di Don Giulio suscitarono in tutti profondo dispiacere. Andava via da San Paolo, allora, una grossa parte della sua storia. Dopo una settimana il parroco si congedò dai giovani e da tutti i parrocchiani con una messa, al termine della quale tutti si strinsero intorno a lui per l’ultimo abbraccio. La mattina seguente i suoi confratelli e tutti i giovani dell’Oratorio in gran carovana lo accompagnarono all’aeroporto. Ancora baci, abbracci, commozione e Don Riccardo in lacrime fra gli “Evviva Don Giulio” nella sala dell’aerostazione. Don Reali, oggi ottantasettenne vive nell’Istituto salesiano del quartiere Testaccio a Roma ed ancora oggi desidera ricevere notizie dalla “sua” parrocchia. Gli abbiamo inviato i numeri di “Come eravamo” e ci ha risposto dicendoci: “Avete scritto troppo bene su di me, non sono mai stato così bravo.” Don Reali fu sostituito da Don Antioco Deiala che fu nel 1957 per un brevissimo periodo, come già abbiamo visto, il primo parroco di San Paolo. Di seguito vi proponiamo l’articolo apparso sull’unione Sarda il primo ottobre 1972.

Dopo aver trascorso cinquant’anni in città Don Reali lascia la SardegnaIl parroco di San Paolo è stato trasferito a Roma Dieci lustri di instancabile attività nelle opere salesianeDon Giulio Reali, il sacerdote salesiano tanto noto in città dove ha trascorso gran parte della sua vita celebrerà domani alle 19 nella chiesa di San Paolo una Messa per accomiatarsi dai suoi parrocchiani e dai suoi numerosissimi amici. E’ stato in po aver esercitato il sacerdozio per ben cinquant’anni nell’Istituto Don Bosco di viale Fra Ignazio che durante la guerra, per merito suo, divenne un sicuro rifugio per quanti furono costretti a restare in città. Fondatore del Gud. (Gruppo universitari e diplomati) consigliere instancabile per i ragazzi del gruppo sportivo San Paolo, dei catechisti e dei componenti del Consiglio pastorale parrocchiale riuscì nel difficile intento di ottenere una sede per l’oratorio giovanile. Partendo, egli lascia il ricordo della sua virtù e della sua fede che ha animato tanti giovani diventati poi stimati ed apprezzati professionisti. La figura di don Reali resta cara a tutti coloro che lo hanno conosciuto per le sue doti di abnegazione, di operosità e per la sua bontà- Al Sacerdote cui tanto devono innumerevoli persone giungano i nostri più sinceri auguri per una sempre feconda attività. 

 

Gli anni settanta

Gli anni settanta sono ricordati in particolare per la contestazione giovanile. Furono anni difficili per gli educatori nonché per il nostro Oratorio. Don Riccardo, che dal 1972 e per sei anni si avvalse della instancabile collaborazione di Don Mario Ullucci, dovette scontrasi con non pochi “rivoltosi”. Egli riuscì a risolvere anche le situazioni più difficili. Talvolta fu costretto (era nel suo carattere!) ad usare la forza (quella delle mani!). Ripercorriamo questo periodo ricordando alcuni episodi. Nel dicembre del settantuno, si era appena asfaltato il cortile dell’Oratorio e si cercava di rendere anche quello spazio più accogliente. Fu per questo che Don Riccardo decise di far crescere lungo il perimetro del campo delle piante. Il gruppetto degli “aiutanti di campo” piantava gli alberi (allora in fito cellula) che oggi svettano intorno all’Oratorio e fu minacciato da un manipolo di giovani (ben piantati!) in contrasto con il direttore dell’Oratorio. Aggredirono i ragazzi e sradicacono alcune piante buttandole in mezzo al cortile urlando: “Don Riccardo è finito. A morte i preti”. Il sacerdote che assisteva alla scena da lontano, piombò in un battibaleno tra i suoi ragazzi che in quel momento le buscavano alla grande, e affrontò da solo quei giovinastri in una scazzottata “epica” riuscendo a menare così tanto che i “contestatori” se la dettero a gambe dopo aver risistemato, per benino e sotto la sua “supervisione”, quelle piantine Non era raro in quegli anni vedere Don Riccardo difendere anche in quel modo i suoi ragazzi. Una scena analoga accadde ad alcuni ragazzi della pallavolo costretti a rinchiudersi negli spogliatoi perché minacciati con delle catene da un gruppo che andava cercando i “rossi” dell’Oratorio. (E’ bene ricordare a questo punto che la politica non é mai entrata nell’Oratorio.). Don Riccardo in quella occasione invitò educatamente quei ragazzi ad uscire, spiegando che all’Oratorio non esistevano né “rossi” né “neri”, ma solo cristiani. Uno di essi ebbe la malaugurata idea di aggredirlo. Anche questo stupido episodio andò a finire come il precedente. Ma la contestazione non fu solo di questo tipo, violenta, stupida e volgare per fortuna. La contestazione, quella vera, veniva anche dai giovani dell’Oratorio con discussioni intelligenti ed interessanti; Don Riccardo ascoltava i suoi ragazzi, meditava e le sue risposte, nonché i fatti, furono sempre convincenti. Riuscì, sempre, a far sfociare le richieste degli oratoriani in proposte costruttive. Fu per questo che i giovani dell’Oratorio aumentarono in modo considerevole proprio in un periodo così difficile. Intorno al 1976 Don Riccardo censì circa duemilacinquecento oratoriali, la cifra spiega tutto.

 

1980: Don Riccardo lascia il “suo” Oratorio

La notizia del trasferimento di Don Riccardo non fu gradita ai giovani dell’Oratorio. Con immenso dispiacere dovettero adeguarsi alle decisioni dei superiori. Egli a molti disse che aveva chiesto lui il trasferimento per motivi di salute, ma altrettanti pensarono ad una buona scusa. Anche Don Riccardo come Don Giulio si congedò con una messa, alla fine della quale i suoi ragazzi lo salutarono con grande commozione e con qualche lacrima di troppo. Ancora oggi lo ricordiamo con immenso affetto e stima. Ci ha fatto crescere veri uomini e buoni cristiani. Grazie, Don Riccardo.


Tutto ciò che accade dal 1981 ad oggi è storia recente. Tutti la conosciamo ed i nostri ricordi sono freschissimi, non vi è alcun bisogno di inserirli in “Come Eravamo”. Per la realizzazione di questa pubblicazione ringraziamo innanzitutto Don Paolo, che ne ha incoraggiato l’iniziativa e per le notizie forniteci si ringraziano: Le Ancelle della Sacra Famiglia, i salesiani di Cagliari, Antonio Puddu ed i tanti che con i loro ricordi hanno contribuito alla realizzazione di “Come Eravamo”. Infine per la stampa ringraziamo Franco Olla.